La Psicologia della Folla
Il "Comizio" 1962 - 1964 


Questo "Comizio" non intende solo di soddisfare mie esigenze di pura curiosità fotografica. In esso ho tentato di individuare certi caratteri fondamentali, che esulano dal "colore" della cronaca.
Nel interno del "comizio" ho appunto voluto evitare il gusto del bozzetto o della scoperta dilettantesca. Ho cercato di vedere questa folla come uno degli aspetti più psicologicamente interessanti della vita attuale nostra, e ovviamente, italiana; e ho tentato di catturarne o sorprenderne i momenti più densi di significato. Preferirei si dicesse che le mie foto "dimostrano e documentano", piuttosto che ne venissero lodate le qualità estetiche.
Io ho inteso sorprendere nel comizio" una, forse non immediatamente evidente, ma senz'altro catturabile, linea di indifferenza umana. Indifferenza, è ancora una definizione generica. In fondo io avevo a mia disposizione solamente l'obiettivo; ed esso ci permette di guardare dall'esterno, prima di tutto; sarà bene ricordarlo.  Bisognava quindi che io fornissi un certo numero di volti e gesti immobilizzato, un certo numero di forme umane e di caratteri somatici, una certa quantità di posizioni, di espressioni e di atteggiamenti; e che ponessi costantemente in rapporto oratore ed ascoltatore, rapporto fondamentale, senza tenere conto del quale la mia serie finirebbe coll'essere una sequenza di foto non "leggibili". Il vero e proprio "documento" lo ritrovo infatti nel rapporto fra oratore e pubblico, in questo dialogo certamente affascinante, e attraverso il quale si può arrivare a stabilire una qualche testimonianza autentica. Ho parlato di indifferenza; ma i miei volti e i miei corpi testimoniano anche di moltissimi sfumature e di ben altri stati emotivi. Sembra che ognuno degli ascoltatori risponda al discorso rivelando due cose fondamentali: la propria storia personale e la propria posizione sociale, con tutti i condizionamenti cui è sottoposta.
Il modo di intrecciare le dita, di piegare una gamba, la scelta del luogo dove sostare i rapidi ammicamenti d'occhi, sono tutto una storia; per questo ho voluto che tutto fosse tenuta bene a fuoco, che quasi nulla scendesse a inutili eleganze. Che il “vedere” fosse immediato, saldamente aderente a un'immagine nitida, chiusa e costruita.
Ho cercato di sottrarmi anche da un freddo realismo. Certe cose, siano come sono, possono parlare con fortissima voce da sole, basta un muro, non è indispensabile che sia scalcinato.

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